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“Il Signorino” di Natsume Sōseki


“Bocchan”, signorino, è il nomignolo affibbiato al protagonista del romanzo omonimo di Natsume Sōseki, pubblicato nel 1906 e da allora tra i romanzi più letti e amati in Giappone. Un romanzo intimamente sereno, raccontato a tinte lievi, si direbbe. Sorridente, mite nella sua eccentricità. Oppure no. Anzi, decisamente no.

Perché il signorino non è un simpatico perdente, un anemico passante della vita, un inetto di cui ci sollazza condonare le stoltezze e che, in fondo, se a modo suo vince non può farci male. “Sei negato”, gli dicono: e come dar loro torto? Negato alle scelte, negato ai fatti, talmente morbido da farsi plasmare appena toccato dalle opinioni altrui: se qualcuno ne pensa male, allora deve essere un disgraziato, ma se si pensa che possa avere successo forse non è impossibile. E non è impossibile, ma non se ne accorgerebbe neanche. Bocchan riecheggia nella cultura europea in una teoria di scrittori a noi cari – Joyce, Kafka, Svevo, ma più di tutti il Robert Walser di “Jakob von Gunten”, la sua inarrestabile arrendevolezza, il buco con il nulla attorno.

Questi alieni ci guardano immobili, terribilmenti persi nel mondo, e non ci spiegano cosa fare, perché cosa c’è da fare? C’è forse da essere, da guardarsi dentro, e tanto basta. Ne avanza pure un po’.

Nel signorino di Sōseki non c’è “congenita sconsideratezza”, come egli stesso dichiara, ma piuttosto la sensazione che niente abbia davvero importanza, o valga qualcosa. I moti interiori sono l’unica legge, ma una legge i cui legislatori litigano e cambiano le regole di minuto in minuto. Accetta passivamente, e anche quando reagisce lo fa con rassegnazione. Sotto questa coltre di involontarietà l’uomo scompare, nella propria pietosa purezza, per farsi assente al mondo, e affondarvi, e scivolarci sopra. Non per debolezza, quanto per una (questa sì congenita) consapevolezza del tutto.

Allora si può anche sorridere, ci si può gongolare nella lettura, si può accondiscendere e persino perdonare, ma sappiamo – o dovremmo sapere, e ricordare sempre – di non poter afferrare la semplicità di Bocchan, né usarla contro di lui e contro tutti i Bocchan della terra. Perché della semplicità non ci si approfitta. Alla semplicità si soccombe.

Di Jonny Baldini

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