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Il Crocifisso del Samurai

Ho sempre avuto delle riserve circa i libri sul Giappone scritti da non giapponesi: con pochissime, splendide eccezioni (Fosco Maraini ad esempio) in genere sono lontani dalla cultura giapponese, e spesso hanno toni di malcelata superiorità e supponenza, (cui noi europei e in generale noi occidentali ci sentiamo portatori della vera civiltà nel mondo, e consideriamo tutte le altre culture inferiori).

Il libro in oggetto, in parte conferma i miei pregiudizi.

Si tratta di un romanzo storico (nella postfazione l’Autore sottolinea che di un romanzo si tratta, non di un testo di storia) si svolge nell’ambito della rivolta dei cristiani del Kyushu (realmente avvenuta) nel 1637-38, soffocata nel sangue dall’allora Shogun Tokugawa Iemitsu. Il libro è ben scritto, anche se pervaso da uno spirito missionario che sinceramente non condivido troppo. L’evento centrale è l’assedio del castello di Hara, in cui i cristiani si erano asserragliati per resistere alle forze dello shogunato. Le vicende dell’assedio ricordano un po’ quello del fosso di Helm del signore degli anelli, ma insomma…..

Cosa conferma i miei pregiudizi?

I cristiani si salutano con baci e abbracci, e i fidanzati camminano mano nella mano: cose inusuali anche nel Giappone di oggi, ma impensabili in quello del 600.

Nel libro compare un Miyamoto Musashi abbastanza improbabile, che è una caricatura di quello storico: enorme fisicamente, puzzolente, con spade pregiatissime (i duelli più importanti Musashi le ha vinti facendosi delle katane di legno!)

I Samurai presentati come rissosi ubriaconi, in feroce competizione tra loro, con un generale che addirittura perde completamente il controllo delle operazioni che si svolgono sul campo di battaglia per un missile partito incidentalmente….suvvia, davvero impossibile!

Il taglio delle teste degli sconfitti è invece reale (da confrontare con la bellissima storia di Tanizaki Vita segreta del signore di Bushu) anche se non presentato quale era (una sorta di routine) ma come una ulteriore punizione per i dissidenti religiosi.

Nessun peso storico viene dato al fatto che i giapponesi erano pienamente tolleranti e sincretisti in fatto religioso (buddisti, shintoisti, confuciani etc. convivevano senza eccessive difficoltà) e che in questo contesto l’intolleranza di chi sosteneva di essere portatore dell’unica religione vera generava ostilità diffusa.

Quali sono i pro del libro? Sicuramente quello di mettere in evidenza un episodio poco conosciuto della storia del Giappone, sia pure presentandolo in maniera molto marcata da un punto di vista ‘unilaterale’, e senza presentare le ragioni della ‘controparte’.

In sintesi: i miei pregiudizi sono confermati: meglio lasciare che siano i giapponesi a raccontarci del Giappone: noi occidentali raramente lo capiamo. Ma Il Crocifisso del Samurai, sebbene forse un po’ manieristico e stucchevole in certi passaggi, merita di essere letto (per poi andare a sentire anche le altre versioni della storia).

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