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Terremoto a Kobe


In teoria gli abitanti della cittadina di Kobe erano preparati. Infatti, ogni 1° settembre osservano la giornata della prevenzione dei disastri. Gli alunni delle scuole si esercitano in previsione dei terremoti, l’esercito simula gli interventi di soccorso con gli elicotteri e i pompieri tirano fuori le loro attrezzature di simulazione, in cui volontari sperimentano le tecniche di sopravvivenza all’interno di una struttura simile a una stanza che si scuote e sussulta proprio come accadrebbe nella realtà di tutti i giorni.

Ma quando il 17 gennaio del 1995 il terremoto arrivò davvero, sembrò che tutti i preparativi non fossero serviti a nulla. Decine di migliaia di soffitti crollarono in poco meno di 60 secondi. I treni si capolvolsero, tratti di autostrada si disintegrarono, le condutture del gas e dell’acqua scoppiarono, le case crollarono come se fossero state fatte di cartone.

Poi scoppiarono gli incendi. Gli edifici ardevano mentre i pompieri, frustrati, erano intrappolati nel traffico in code chilometriche. Il primo giorno fu panico totale, disse un funzionario. “Non mi sono mai sentito così impotente in vita mia, sapendo che tanta gente era sepolta in quelle case in fiamme e che non c’era nulla che io potessi fare.”

In questa triste tragedia persero la vita circa 5.000 persone, e approsimativamemente 50.000 edifici vennero rasi al suolo. All’epoca la città di Kobe aveva solo un terzo dei viveri necessari. Ben presto l’insoddisfazione si diffuse. Un uomo sopravvisuto al terremoto dice: “Le autorità competenti non fanno nulla”. “Se continuiamo a fare affidamento su di loro moriremo di fame”.

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